Incontro o scontro? L’altro come mezzo per ricavare un’immagine di sé più accettabile. Spesso è quanto accade nel calcio e nella società. La cultura, in tal senso, assume un ruolo determinante, ma probabilmente le basi vanno ricercate in natura.

Il calciatore-antilope

L’etologia sostiene che i comportamenti che potremmo definire altruistici sarebbero fondamentalmente riconducibili a finalità egoiste. Chiarificatore in tal senso, è l’esempio delle antilopi, animali che vivono in gruppo: quando le antilopi devono spostarsi da un luogo a un altro, a turno una di esse va in avan scoperta per scongiurare la presenza di predatori; così facendo la singola antilope si espone a un rischio elevato ma, salvaguardando il gruppo fa sì che aumentino le proprie probabilità di sopravvivenza. Le antilopi sono animali che, come l’uomo, hanno bisogno del gruppo e degli altri per sopravvivere: si intende anche questo quando si dice che siamo animali sociali. Il calciatore è come l’antilope: si deve sacrificare per il gruppo mettendosi in gioco il più possibile, perché è del gruppo che ha bisogno per vincere.

L’influenza culturale

Quando parliamo di rapporti interpersonali, spesso utilizziamo termini quali egoismo e altruismo per riferirci a determinate modalità comportamentali. Il calcio ci fornisce il giusto contesto perché, culturalmente, è uno sport che porta l’individuo a cercare di emergere e … a farsi narcisista. Al suo interno è facile leggere dei comportamenti altruistici attraverso il concetto di egoismo. Per egoismo intendo una disposizione, intrinseca alla natura umana, che porta ogni individuo ad agire sempre in modo tale da trarne un beneficio. Per molti, è difficile assumere questo punto di vista sia perché un beneficio può essere di svariata natura (economico, sentimentale ecc.), sia perché ognuno può darne un significato diverso. Infatti ciò che mi fa star bene non necessariamente apporta lo stesso effetto a un’altra persona. Innanzitutto, è importante sottolineare che la dicotomia egoismo-altruismo è tipica della nostra civiltà occidentale, in quanto non sembra avere significato per culture che assumono al loro interno altri valori. Di conseguenza, l’egoismo per come l’intendiamo non può fare a meno di essere influenzato dalla suddetta cornice culturale.

Lettura psicologica

L’influenza della Teoria dei Costrutti Personali di Kelly ha portato i professionisti a fare molta più attenzione di prima a se stessi come osservatori portatori di “filtri” – anche nello sport – che in qualche modo fanno accomodare la percezione ai propri schemi (autoreferenzialità dell’osservatore). Lo stesso vale per lo sportivo: le stesse condizioni vengono vissute in modo differente da ciascuna delle persone che vi si trovano coinvolte, poiché l’atto conoscitivo risente in buona parte dalle categorie mentali di ogni individuo e dalla sua storia. Non è tanto importante l’evento in sé (la tournée, il gol, l’infortunio ecc.) ma soprattutto il significato che questo evento possa avere per la persona o il gruppo che lo vive. Il gioco simula la realtà ma al contempo è ironico e soprattutto dimostra come ogni prospettiva, ogni visione della stessa realtà possa essere diversa, varia, relativa, a seconda degli scopi collettivi o individuali. Quali sono i significati dello sport di ciascuno? Tutti, o quasi, giocano a calcio per vincere, ma si può dare priorità al guadagno, all’attaccamento, alla “maglia” e quindi alla collettività, al proprio narcisismo, alla salute fisica.

L’agonismo e i mass media

Nei contenuti dell’agonismo l’aspetto determinante come argomento nucleare è la capacità, il merito, lo sforzo messo in campo dall’individuo per superare se stesso e gli altri. L’Agon però potrebbe diventare, se rinforzato a certi livelli di ampiezza e intensità – come di fatto starebbe già accadendo con una buona parte dei mass media – il contesto facilitante per la promozione di un’idea di base: il soggetto è valido e meritevole solo ottenendo dei risultati sociali, lavorativo-economici e sportivi, che rimandino a una certa immagine di status. Questa idea verrebbe ormai diffusa non solo come modello di sport ma, anche come modello di rapporto sociale. Questa prospettiva potrebbe orientarsi non verso un approfondimento della conoscenza di sé e dell’altro, nel senso dell’accettazione, da parte della persona, delle proprie potenzialità e dei propri limiti, così come delle potenzialità e dei limiti altrui, ma verso il superamento di un limite che perde definizione man mano che aumenta sempre di più la quantità e la velocità delle richieste prestazionali. Il rischio di questa disposizione psicologica è che il confronto con l’altro diventi sempre più il leit motiv, l’obiettivo primario di un essere che dipende dall’altro soltanto in quanto oggetto con cui misurarsi e dal quale quindi ricavare un’immagine di sé un po’ più accettabile. Un’immagine di sé intrappolata nella tensione immaginaria portata avanti nell’interazione con gli altri, che fornisce solo soddisfazioni fugaci e parziali. Il rapporto interpersonale si riduce a una questione di potere: conta solo chi ha ragione, chi è più bravo, chi ha più forza. Si può arrivare sul punto che l’Altro sociale assuma il solo ruolo di “mezzo per ottenere certi fini” individuali, sulla scia di relazioni strategiche basate sul pensiero strumentale e dicotomico “o tu o io” (Bateson, 1977).

Riflettiamo

Il calcio è uno sport, uno spettacolo, una fede, una passione, un rituale. È difficile quantificare il peso che sulla nostra identità ha l’aspetto culturale rispetto all’animalità che rappresentiamo. Non sappiamo dove sia il limite naturale perché non esiste natura umana indipendente dalla cultura. I nostri geni hanno lacune informative che devono riempire, colmare con la cultura. Ma i confini tra ciò che ci è dato biologicamente e ciò che apprendiamo sono nebulosi, e sicuramente condizionati da interazioni molto complesse. Chissà quanto di istintuale ci è rimasto in quell’estasi che ci coglie nell’osservare il rotolare magico e misterioso di una palla, e quanto invece ci condiziona il calcio che apprendiamo, studiamo, osserviamo e discutiamo nella nostra vita quotidiana.

È un gol che dedico in particolare a tutti

(Totò Schillaci)