Il genitore sportivo

I genitori sono consapevoli che lo sport non è solo movimento, ma come la scuola, è un’agenzia educativa in quanto insegna il rispetto delle regole e dei ruoli, propone uno stile di vita sano e permette di conoscere altri coetanei e adulti. Inoltre insegna il valore della condivisione e dell’impegno, ma anche del sapersi divertire, perché non dimentichiamoci che i bambini lo fanno perché è divertente. Questo dovrebbe essere un assunto per tutti coloro che seguono i ragazzi nella crescita come atleti e come individui.

Alleanza educativa

Gli allenatori sono consapevoli di dover essere preparati a questo tipo di impegno ma spesso va applicato e difeso rispetto a messaggi differenti che vengono da varie parti. Fondamentale per gli allenatori trovare il consenso da parte di club e famiglie per creare un ambiente favorevole alla crescita sana del ragazzo. Questo impone che si parli anche della definizione di un rapporto diretto e costante sia con i dirigenti delle società sia con le famiglie dei ragazzi, un allineamento sul percorso educativo che è altrettanto importante di quello agonistico. È fondamentale che ci sia una condivisione degli obiettivi e che le aspettative di ciascuno siano chiare. Invece, il suo lavoro diventa molto arduo quando qualcun altro della squadra fa un autogol (rema contro). Ad esempio capita spesso dover fare i conti con aspettative genitoriali troppo elevate e non realistiche, o con genitori che alla prima sconfitta iniziano a criticare, non rendendosi conto, per mancanza di conoscenza di alcuni meccanismi, che così facendo svalorizzano una figura di riferimento per il figlio. Inoltre, ciò può indurre il bambino, che tende ad imitare il genitore, all’abitudine di criticare tutti, proiettando spesso sugli altri il motivo di una sconfitta, o di un’ammonizione, senza riconoscere le proprie manchevolezze. In questo senso può capitare che invece di rendersi conto di non aver giocato molto bene, si dà la colpa all’arbitro, o all’allenatore. Così facendo, si esclude al bambino l’opportunità di riflettere e capire dove si è sbagliato, traendone spunti di crescita. Da queste situazioni, e più in generale quando non c’è alleanza educativa, il genitore può provocare 3 tipi di problemi.

  1. Inibire le emozioni del figlio: facendo vivere al figlio il proseguo della sua vita, da ex atleta o da sogno irrealizzato.  In questo caso il genitore, spesso il padre nel contesto calcistico ma, dipende dallo sport, inibisce le emozioni spontanee del figlio, perché vede solo le proprie. Comportandosi così si trasmette ai piccoli che valgono per la loro performance e non per le loro qualità umane e affettive. Il bambino diventerà un adulto che non sarà mai contento di sé. Questi bambini si devono confrontare costantemente con la paura di commettere errori e la sgradevole sensazione di non avere fatto mai abbastanza.
  2. Interferire nella costruzione dell’autonomia del figlio: avviene quando la comunicazione è basata esclusivamente sulle cose che non vanno. Quindi quando il genitore veicola critiche continue. Come reagisce il bambino che sta costruendo la propria identità, il proprio modo di vedersi e di come gli altri lo vedono? Si sentirà insicuro e con un’autostima bassa. In altre parole avrà sempre paura di sbagliare. I bambini hanno bisogno di provare più esperienze per capire chi desiderano essere, con quali adulti vogliono identificarsi, con quali compagni si trovano bene, con quali atteggiamenti possono evitare di sbagliare un tiro in porta e in che modo consolarsi da una sconfitta. I bambini hanno bisogno di sentirsi incoraggiati a conoscersi esplorandosi e non di sentirsi dire: “ma perché non hai tirato subito in porta invece di passare la palla?” o… “il tuo mister non capisce niente, al posto tuo farei come mi pare”.
  3. Stressare il bambino per eccesso di interesse e di pretese. Spesso è più opportuno lasciarli sbagliare in autonomia e non essere iperprotettivi. Dai propri errori si imparano meglio le lezioni, ovviamente con l’aiuto dei genitori per poterli comprendere.

Il clima

I comportamenti dei genitori vanno a definire il clima all’interno del quale si sviluppa l’esperienza sportiva del bambino. Possiamo individuare due situazioni prevalenti: coloro che sono orientati al risultato e quelli alla prestazione. Capirlo è facile. Basta sentire la prima domanda che viene rivolta ai bambini dopo una partita: hai vinto? Oppure, ti sei divertito? La scelta di una delle due indica ciò che per il genitore è importante. Ma la domanda più interessante dovremmo farla a noi stessi: voglio che mio figlio si diverta o che vinca? Entrambe! Ma se dovessimo scegliere? Preferireste un vincente triste oppure un perdente felice? A volte ci facciamo influenzare da queste etichette vincente/perdente come se fossero delle condizioni immutabili; Invece a volte si vince altre si perde. Siamo sicuri che per i ragazzi sia così importante vincere? Lo diventa solo se lo è per i genitori, solo se viene veicolato il messaggio che verranno apprezzati, solo se riescono a vincere. Soprattutto nel contesto calcistico, spesso la vittoria diventa quasi fondamentale più per gli adulti che per i bambini. Per noi adulti il calcio ha ormai perso la sua dimensione ludica, soprattutto a causa dell’influenza dei mass media e del calcio di Serie A e Champions League. Per i bambini invece è soprattutto un gioco, che giocano cercando di vincere, perché vincere è l’obiettivo della competizione, ma non l’unica via. Infatti non sempre l’equazione vittoria=soddisfazione risulta vera. Anche perché il risultato non dipende solo da noi, ma da tanti fattori come la fortuna o degli avversari indiscutibilmente più forti. Ciò che risulta determinante per i bambini è l’esperienza, ovvero se sentono d’aver fatto bene e d’averlo fatto insieme alla propria squadra. Gli elementi che rendono soddisfatti i piccoli atleti, a prescindere dal risultato, sono l’incoraggiamento e il clima positivo all’interno della squadra. Più in generale, possiamo dire che un buon risultato dipende anche da quanto ciascuno sente d’aver messo in gioco di suo, come contributo alla squadra.

I bisogni dei giovani atleti

Cambiamo un attimo il punto di vista e fermiamoci a chiedere: di cosa hanno bisogno i bambini in un contesto sportivo? Hanno bisogno di esprimersi, di sbagliare e di difendersi per diventare autonomi e protagonisti della loro esperienza. Liberi anche di assumere le proprie responsabilità e di cavarsela da soli, se un compagno gli ha nascosto il borsone. Quindi eccovi qualche consiglio pratico. Cercare di spronarlo ed incoraggiarlo nello svolgimento di tale attività, ma soprattutto capire, e fargli comprendere, che lo sport è prima di ogni cosa, divertimento e voglia di stare insieme. Il compito del genitore diviene, perciò, quello di non intromettersi nelle scelte del figlio e di non voler vivere la vita al suo posto, capendo che ogni errore commesso ed ogni dolore provato aiuta il ragazzo a crescere ed a formare una sicura personalità. Lasciare il bambino libero di esprimersi in allenamento ed in gara è anche un modo di educarlo all’autonomia.

Lo sport è una grande lezione, una continua e meravigliosa palestra di valori. Chi non lo pensa non è un vero atleta.
(Alessandro Del Piero)